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In viaggio con l’Ipposidra

Una ferrovia a trazione animale per il trasporto delle barche per superare un tratto di fiume difficile da navigare e che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto fare guadagnare tempo durante il viaggio. Questa era la Ipposidra, che funzionò sul fiume Ticino, tra il 1858 e il 1865 nel tratto tra Tornavento e Sesto Calende, in provincia di Varese.

Ipposidra, chiatta usata per il trasporto merci- Turista a due passi da casa
Ipposidra, chiatta usata per il trasporto merci- Turista a due passi da casa

Questa zona era la più difficile nel viaggio delle imbarcazioni che da Milano dovevano raggiungere il lago Maggiore. Le barche venivano trainate da alcuni cavalli lungo l’alzaia del Naviglio Grande tra Milano e Tornavento. Da qui e per gli ultimi 25 chilometri sul Ticino, era quasi impossibile. A volte la navigazione sul fiume richiedeva fino a quindici giorni. Era necessario trovare un’alternativa per accorciare i tempi.

L’idea

Ecco quindi che uno studioso dei trasporti come Carlo Cattaneo, politico ed economista, ebbe l’idea di estrarre dall’acqua le barche a Tornavento, porle su carri ferroviari a 8 ruote trainati da cavalli e portarle a Sesto Calende, dove venivano rimesse in acqua, lungo una via ferrata che attraversava la brughiera. Nacque così l’Ipposidra. Il nome di questa ferrovia e l’unione tra due termini: ippos, che in greco significa cavallo e idra, acqua.

La costruzione

Ipposidra, Tornavento, resti di barca - Turista a due passi da casa
Ipposidra, Tornavento, resti di barca – Turista a due passi da casa

L’idea c’era ma i fondi inizialmente scarseggiavano. Inoltre l’Austria non voleva che sul suo territorio fosse costruita una ferrovia privata. Siamo in Lombardia, ma all’epoca questa zona faceva parte del regno Austroungarico. Fu solo grazie anche a diversi finanziamenti bancari e soprattutto all’aiuto di un banchiere ginevrino, che Vienna autorizzò la concessione. Il 9 febbraio 1858 la Ipposidra venne inaugurata.

L’abbandono

La ferrovia su barche fu abbandonata nel 1865 dopo pochi anni dalla sua inaugurazione perché nel frattempo erano state costruite le tratte ferroviarie: Arona-Novara e Milano-Sesto Calende. Il treno accorciava ulteriormente i tempi di viaggio delle merci. La società che gestiva l’Ipposidra fallì.

La Ipposidra oggi

Ipposidra, quel che resta della sede dei binari - Turista a due passi da casa
Ipposidra, quel che resta della sede dei binari – Turista a due passi da casa

Chiusa la società, il materiale rotabile e i binari furono venduti alle ferrovie, mentre le stazioni di partenza e arrivo, abbandonate, furono poi distrutte. Della vecchia ferrovia oggi restano solo pochi e quasi irriconoscibili ruderi.

Il percorso

Seguendo il percorso della Ipposidra si possono ancora vedere alcuni terrapieni, mentre diverse trincee sono nascoste tra la vegetazione. Il tracciato che collegava Tornavento a Sesto Calende è percorribile oggi in bicicletta, anche se solo alcuni dei tratti sono quelli originali. Il tragitto e per buona parte su sterrato, tranne alcuni tratti su strade trafficate. Con partenza da Tornavento, si costeggia l’antico letto del Naviglio Grande ed il fiume Ticino, fino a raggiungere alcune abitazioni e vecchi opifici. Entrando nel bosco si sale a Vizzola Ticino e da qui si raggiungono prima Somma Lombardo, poi Golasecca. Quest’ultima località presenta tratti difficili da percorrere con la bicicletta. Raggiunta Sesto Calende, il percorso scende verso il fiume e si conclude sull’alzaia che porta al centro del paese.

Ipposidra, valle del fiume Ticino - Turista a due passi da casa
Ipposidra, valle del fiume Ticino – Turista a due passi da casa

Cinque motivi per fare questo percorso

  • Per vivere una giornata a contatto con la natura
  • Per scoprire scorci fantastici sul fiume Ticino
  • Per ripercorrere il tratto dell’antica Ipposidra
  • Per conoscere flora e fauna del Parco del fiume Ticino
  • Perché è facile da raggiungere e l’aeroporto di Milano Malpensa è vicinissimo


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Come arrivo a Tornavento

Tornavento si raggiunge dall’autostrada A4 (per provenienze da Torino) o A8 (per chi arriva da Varese) quindi proseguendo sulla superstrada per l’aeroporto della Malpensa, uscita Oleggio. Si segue la SS 527 fino alla prima rotatoria, quindi a destra proseguendo sulla SP 52. Pochi metri e si imbocca (sulla sinistra) Via Carlo Goldoni, che termina in Piazza Parravicino.


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La linea di San Michele

Cosa unisce la Sacra di San Michele a Mont Saint Michel e a Monte Sant’Angelo?

Una linea energetica unisce tre basiliche nate sotto il segno dell’Arcangelo Gabriele: Mont Saint Michel, in Francia, La Sacra di San Michele in Piemonte e Monte Sant’Angelo nel Gargano, in Puglia. La Sacra di San Michele è il santuario simbolo del Piemonte e sorge in altura nel comune di Sant’Ambrogio di Torino. Dalla struttura possente, da sempre su questo edificio sacro aleggiano misteri e leggende. Una in particolare ha colpito l’immaginazione ed è quella che vuole la Sacra di San Michele, unita, in un’ipotetica linea immaginaria a Mont Saint Michel che si trova in Francia tra la Normandia e la Bretagna e a Monte Sant’Angelo che invece è situato nel Gargano, in Puglia.

Le ipotesi

Sacra di San Michele - Turista a due passi da casa
Sacra di San Michele – Turista a due passi da casa

Gli studiosi di questa materia ritengono questi luoghi sacri “portatori di forti energie siano esse positive che negative” e che queste fossero già conosciute ed usate in antichità, ma quello che sorprende e che, sempre secondo questo esperti, gli uomini che un giorno si “risveglieranno”, cominceranno ad usare. Lo spirito guida di questa operazione “risveglio” avrebbe, secondo la spiritualità della tradizione ebraico-cristiana il nome di Michele, ma anche Mercurio, Hermes e Toth.

La logica

Al momento la logica che unisce questi tre luoghi sacri è la cosiddetta Via Angelica o Via Michelita. Il percorso medievale affrontato dai pellegrini lungo una ipotetica linea tra le Basiliche di Mont Saint Michel in Normandia e quella di Monte Sant’Angelo in Puglia. Tra le due, esattamente alla metà del cammino, ecco la Sacra di San Michele. Dista 1000 Km dall’abbazia francese e altrettanti da quella pugliese. Questo, anticamente era un punto di sosta per i pellegrini, dove rifocillarsi e sfamarsi prima di riprendere il cammino.

La leggenda

Narra la leggenda che questa via fu tracciata da una spada: quella di San Michele in lotta col demonio. A testimonianza ci sarebbe una fenditura che collega le tre basiliche a lui dedicate. Santo a parte, questa sembra essere la soluzione più logica, ovvero quella del percorso devozionale che unisce le tre località. Un’altra ipotesi ci porta nel mondo dell’occulto, secondo la quale i tre santuari sarebbero uniti tra loro da una potentissima linea energetica che si potrebbe testare con un esperimento.



L’esperimento

Ponendosi esattamente in un punto preciso delle tre basiliche, si verrebbe investiti da una potente energia, una forza che unisce questi tre luoghi e che passa congiuntamente anche dalle altre due basiliche. Alla sacra di San Michele in Val di Susa questo punto sarebbe individuato in una minuscola piastrella del pavimento che risulterebbe essere di colore diverso dalle altre e posizionata sulla sinistra subito dopo l’entrata della chiesa e davanti ad una nicchia nel muro. Stazionando in questo punto, il corpo percepirebbe un’energia insolita che unisce le tre basiliche. E questo, a detta di esperti che sentenziano su internet, sarebbe un punto fondamentale degli equilibri energetici di tutta l’Europa.

C’è da credere a questa teoria?

L’unico sistema e recarsi in una dei tre luoghi citati, trovare i punti in cui la forza si svilupperebbe e testare la veridicità e l’efficacia. Ma questo va fatto consapevolmente e a proprio rischio e pericolo.

Cinque motivi per visitare la Sacra di San Michele

  • Per ammirare il simbolo del Piemonte
  • Per andare alla ricerca della spiritualità
  • Per scoprire i tanti misteri di questo luogo
  • Per ammirare uno splendido panorama sulla Valle di Susa
  • Per sapere se veramente esiste questa linea che unisce le tre basiliche


Come arrivo alla Sacra di San Michele

La Sacra di San Michele si può raggiungere in auto o a piedi. In auto; da Torino si segue l’Autostrada A32 Torino-Bardonecchia in direzione Frejus. Uscita Avigliana Centro. Superata la rotonda si seguono le indicazioni per Giaveno Sacra di San Michele. Il parcheggio per le auto si trova al Piazzale Croce Nera, a circa 10 minuti di cammino dall’abbazia. A piedi sono due i percorsi. Uno parte dall’abitato di Chiusa di San Michele, mentre l’altro è la mulattiera che la collega all’abitato di Sant’Ambrogio. Percorrendo questa via si incontrano le stazioni della Via Crucis.


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Le misteriose grotte di Gradara

Chi visita la rocca Malatestiana di Gradara per scoprire la vicenda di Paolo e Francesca, che ha ispirato scrittori e poeti come Dante, Boccaccio, Petrarca, Silvio Pellico e D’Annunzio, ha quale seconda meta il Museo Storico di questa cittadina in provincia di Pesaro.

Grotte di Gradara, spade da guerra - Turista a due passi da casa
Grotte di Gradara, spade da guerra – Turista a due passi da casa

Da un alto l’amore impossibile e la fantasia che scatena ancora oggi la vicenda dei due amanti, mentre il secondo itinerario ci porta dritto nel sottosuolo cittadino per scoprire ed ammirare le antiche grotte. Un luogo misterioso e che ancora oggi genera ci pone davanti a dei dubbi: a cosa servivano, perché sono state costruite e dove portano.

Di cosa si tratta

Si tratta di una serie di cunicoli che nascondono la storia e i segreti di questa località da almeno 1.500 anni. Queste gallerie si sono ben conservate, anche se l’accesso è limitato ad una zona ristretta dei cunicoli che compongono la fitta trama dei percorsi sotterranei, ma molto significativa. Prima di accedere si passa dal museo dove fanno bella vista gli attrezzi di tortura. La prima risposta al nostro quesito è che i cunicoli fossero una prigione. Ma resta sempre qualche dubbio. Passo dopo passo sorge spontanea la domanda sullo scopo della loro costruzione e su chi le avrebbe utilizzate.

Grotte di Gradara, strumento per legare i prigionieri 02- Turista a due passi da casa
Grotte di Gradara, strumento per legare i prigionieri 02- Turista a due passi da casa

Miti e leggende

Si visitano le grotte pensando ai miti e alle leggende che sono state generate nei secoli. Una in particolare sostiene che furono create dagli eretici per professare il culto bizantino, in uso nella vicina Ravenna. Quindi una prima deduzione porta a pensare che potrebbero essere state una sorta di catacombe, anche se l’intreccio di cunicoli e degli anelli agganciati alle pareti fa pensare a questo come un luogo di prigionia. Ci sono però alte conclusioni, una delle quali sostiene che questa fosse una via di fuga dal vicino castello, in caso di pericolo. Tesi che potrebbe essere la più accreditata. Era normale che le fortificazioni venissero costruite con vie di fuga. In caso di pericolo o assedio doveva esserci una via di fuga. E in questo caso, il reticolo di sotterranei potrebbe essere servito anche per disorientare gli inseguitori, che non conoscendo il percorso esatto verso la salvezza, si sarebbero persi tra i cunicoli.

L’interno dei cunicoli

Misteri e leggende a parte, l’intreccio di vie segrete conduce a sedici grotte, di cui dieci sono tuttora agibili, mentre l’unica visitabile è quella che si trova sotto il Museo Storico. La sua costruzione e di epoca medievale, infatti è databile tra il IV – V sec. d.c. ed è parte integrante del fitto reticolo del sottosuolo misterioso di Gradara.

Il museo

Grotte di Gradara, strumento di tortura 02- Turista a due passi da casa
Grotte di Gradara, strumento di tortura 02- Turista a due passi da casa

Il Museo Storico di Gradara è una struttura privata che permette al turista di approfondire la storia di questa località e della sua Rocca Malatestiana. Istituito nel 1986, il museo conserva una ricca documentazione e testimonianze importanti del passato di Gradara, del suo castello, ma anche del territorio. Inoltre si possono vedere antichi strumenti e armi da guerra e soprattutto di tortura. L’ingresso al museo Storico di Gradara è a pagamento.

Cinque motivi per visitare le grotte di Gradara

  • Per scoprire il sottosuolo di questa località
  • Per vedere il museo Storico
  • Perché affascina la loro storia e i misteri che celano
  • Per conoscere questo lato oscuro della località simbolo della storia di paolo e Francesca
  • Perché è la seconda meta di Gradara dopo la Rocca Malatestiana


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Come arrivo a Gradara

Gradara si raggiunge in pochi minuti dalla riviera romagnola, oppure dall’Autostrada a14, uscita casello di Cattolica-San Giovanni -Gabicce.


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La leggenda della Contessa Beatrice del castello di Sopramonte

Le rovine di un castello evocano sempre leggende e misteri, ma questo, forse, le supera tutte. In Valsesia, esattamente a Prato Sesia, siamo in Piemonte, nella valle del fiume Sesia, in provincia di Vercelli, si possono ammirare i resti di un antico castello su aleggia una leggenda alquanto curiosa che evoca addirittura la fuga in Egitto di Maria, Giuseppe e il Bambin Gesù. Il castello di Sopramonte

Prato Sesia, indicazioni castello Sopramonte- Turista a due passi da casa
Prato Sesia, indicazioni castello Sopramonte- Turista a due passi da casa

Si mormora (da queste parti) che nel lungo peregrinare, la Santa famiglia sia passata anche da qui trovando rifugio proprio nel castello di Sopramonte, che all’epoca era abitato dalla contessa Beatrice, una donna rimasta orfana fin da bambina perché i suoi genitori furono uccisi dai banditi che erano soliti compiere scorribande nella zona.

Questi malviventi arrivavano dalla Bassa Valsesia. Bande che dopo aver compiuto i loro misfatti facevano perdere le proprie tracce nascondendosi nei boschi fino a raggiungere la pianura degradante verso Novara e il castello di Briona dove agivano per conto di Giovan Battista Caccia, detto “il Caccetta”, signore di quel luogo e noto per i soprusi nei confronti dei vicini.

I fatti

A spingere queste orde di banditi in Valsesia era la bramosia del bottino.
In una notte umida e piovosa, questi malviventi arrivarono al castello di Sopramonte ed eludendo le guardie riuscirono ad entrare. Erano alla ricerca del tesoro del conte.
Il padrone di casa e la contessa, prima di essere presi ostaggio riuscirono a mettere in salvo la figlia, Beatrice nella vicina torre, che secoli dopo verrà ribattezzata Torre Dolcino, in onore di un eretico che trovò rifugio e visse diverso tempo in questi locali.
L’eretico Docino, citato anche da Dante nel nel XXVIII canto dell’Inferno della Divina Commedia, venne giudicato dai valsesiani: chi un incubo, chi un ribelle che aiutava i poveri contro la tirannia dei ricchi.

La bambina terrorizzata

Prato Sesia, Torre Dolcino - Turista a due passi da casa
Prato Sesia, Torre Dolcino – Turista a due passi da casa

Tornando alla bambina, la piccola assistette inerme all’uccisione dei genitori dall’interno di questa torre che praticamente era inespugnabile, visto che per entrare, il portone è posto a diversi metri d’altezza e qualcuno, dall’interno, avrebbe dovuto calare una corda o mettere una lunga scala per accedervi.

I banditi risparmiarono questa costruzione (che è ancora in piedi), però trucidarono il Conte e la Contessa. Questo episodio avvenne davanti agli occhi della piccola Beatrice.

I briganti uccisero la scorta e legarono il Conte ad un albero divertendosi poi a colpirlo con le frecce, senza però toccare gli organi vitali. Ogni qualvolta che l’uomo sveniva, veniva rianimato e ricominciava il tiro con l’arco.



La caccia al tesoro

Prato Sesia, il borgo – Turista a due passi da casa

L’intento di questi crudeli assassini era quello di farsi dire dove era nascosto il tesoro. Intrepido, l’uomo resistette fino alla morte e non rivelò il nascondiglio.

Il tesoro, secondo questi banditi era la dote della contessa, una donna di nobile e ricca famiglia, ma questo, dice la leggenda, fu un matrimonio d’amore e non uno combinato come si usava all’epoca.

Secondo i racconti che vengono tramandati, il patrimonio di famiglia sarebbe stato ben nascosto in una nicchia laterale, ricoperta di mattoni, del pozzo da cui si attingeva l’acqua per il castello.

I predatori, non riuscendo a farsi dire dove era il malloppo si sfogarono sul corpo del malcapitato che venne decapitato. La testa fu piantata sul punto più alto del castello e sarebbe servita da monito agli abitanti di Prato Sesia per scoraggiare un eventuale caccia all’uomo.

Non contenti, prima di andarsene diedero fuoco a tutto, risparmiando la torre.

La “brutta” fine dei malviventi

Questa banda di incivili, sempre secondo la leggenda, fu intercettata da un gruppo di mercenari svizzeri al servizio dei Francesi. Dopo un breve combattimento questi barbari vennero catturati. Gli elvetici, saputo del massacro di Sopramonte, giustiziarono i predoni. I banditi furono portati sullo sperone che guarda verso Prato Sesia e gettati dalla rupe. I pochi che sopravvissero furono giustiziati dai contadini riuniti in loco per godere dello spettacolo.

Prima di andarsene, il capitano dei francesi chiese alla gente del posto da quale luogo provenissero i banditi. Dopo molte reticenze ed omertà qualcuno pronunciò la parola “Fenera”. Da lì si capì la provenienza.
Fenera oggi è il nome del monte che si trova oltre Prato Sesia ed è legato ad una leggenda che scomoda gli antichi greci. Ma questa è un’altra leggenda.



Come arrivo a Prato Sesia

Arrivando dall’Autostrada A26 uscita Romagnano Sesia, alla rotatoria si svolta a sinistra (Via Novara) e si segue la direzione Alagna. Superata questa località, pochi minuti di strada e siamo a Prato Sesia. La stazione ferroviaria di Prato Sesia è sulla linea Novara – Varallo.


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Tra le leggende e i misteri di Cividale del Friuli

Cividale del Friuli è una località dalle origini antiche che sorge lungo il fiume Natisone in provincia di Udine, nota oggi anche e soprattutto per il Ponte del Diavolo e il misterioso l’Ipogeo Celtico. Queste non sono le uniche caratteristiche della località friulana, anche se, soprattutto il secondo cela qualcosa di misterioso nel suo insieme.

Cividale del Friuli ipogeo celtico, mascherone - Turista a due passi da casa
Cividale del Friuli ipogeo celtico, mascherone – Turista a due passi da casa

Di fondazione romana, periodo di Giulio Cesare, come Forum Iulii, che poi diede il nome alla regione, Cividale fu capoluogo longobardo, ma questo è stato nel tempo un punto d’incontro di diverse culture: da quella celtica a quella romana, dai Carolingi al Patriarcato di Aquileia. Cividale del Friuli ci regala bellezze artistiche come il Duomo, il suggestivo Ponte del Diavolo, la Casa Medievale risalente al 1300 che sorge nel borgo Brossana, ma a destare la nostra curiosità è l’Ipogeo Celtico, un suggestivo, quanto misterioso sistema di cavità sotterranee.

L’Ipogeo Celtico

L’Ipogeo Celtico ci porta nel sottosuolo di Cividale del Friuli. Siamo in pieno centro storico, a pochi metri dal fiume Natisone e dal Ponte del Diavolo. Si accede ai cunicoli dell’Ipogeo da una rampa abbastanza ripida, mentre i cunicoli sotterranei si aprono davanti alla nostra vista. Sono scavati nella roccia, come la camera centrale da cui si dipartono tre corridoi. Una prima ipotesi sulla costruzione dell’Ipogeo e quella che potrebbe trattarsi di una cavità naturale che sorge a pochi metri dal fiume, che scorre più in basso. Le pareti dell’Ipogeo Celtico presentano diverse nicchie, alcuni loculi, mensole, ma soprattutto affascinano i tre mascheroni che si ammirano all’interno.

Cividale del Friuli ipogeo celtico – Turista a due passi da casa

Di cosa si tratta? Ecco il mistero. Forse arte funeraria celtica? Oppure questo era un carcere romano o longobardo? Ancora oggi non è nota la funzione di questo luogo unico nel suo genere in Friuli Venezia Giulia. La visita dell’Ipogeo Celtico è gratuita. Per avere le chiavi d’ingresso ci si può rivolgere allo sportello Informacitta, oppure al Tempietto Longobardo.



Tempietto Longobardo

Conclusa la visita all’Ipogeo, possiamo concentrarci sulle altre architetture di Cividale del Friuli come il Tempietto Longobardo, testimonianza storica dell’architettura altomedievale. Si arriva da Piazza San Biagio attraverso una passerella che offre una splendida vista sul Natisone.

Cividale del Friuli Tempietto longobardo- Turista a due passi da casa
Cividale del Friuli Tempietto longobardo- Turista a due passi da casa

Siamo nella zona del Monastero di Santa Maria in Valle, sorto attorno alla metà del VII secolo per ospitare le monache benedettine. Oltre al monastero ecco la chiesa di San Giovanni in Valle e del Tempietto longobardo.

Risalente alla seconda metà del VIII secolo, il Tempietto potrebbe essere stato la cappella del monastero. Si tratta di una struttura ad aula quadrata con volta a crociera con presbiterio a tre navate a botte. L’interno è caratterizzato da affreschi di origine bizantina e decorazioni a stucco, tra questi, l’archivolto, ornato da un tralcio di vite con grappoli sovrastato da sei figure femminili in stucco. All’interno del Tempietto Longobardo si trovano anche stalli lignei del XIV secolo, decorati con motivi fogliati e raffigurazioni di animali fantastici. L’ingresso è a pagamento e su prenotazione.

Museo Cristiano e Tesoro del Duomo di Cividale

Il Duomo di Santa Maria Assunta è un edificio sacro costruito tra il XV e il XVI secolo e riedificato dopo il crollo del 1502 con gusto rinascimentale. Conserva al suo interno la Pala d’argento di Pellegrino II, considerato uno dei capolavori dell’oreficeria medioevale italiana. Attiguo al duomo sorge invece il Museo Cristiano, dove è possibile ammirare il battistero di Callisto del VIII secolo e l’ara di Ratchi, due capolavori della scultura longobarda.

Soprattutto il secondo, datato 730-740, dalle policromie originali, fu fortemente voluto dal Duca Ratchis, divenuto Re dell’Italia longobarda, per onorare il padre. In origine l’Altare di Ratchis sarebbe stato riccamente colorato e decorato. Il Battistero di Callisto ha forma ottagonale e risale al primo Patriarca di Aquileia insediatosi a Cividale nel 731 d.C.

L’ingresso al Museo e a pagamento.

Il Ponte del Diavolo

Cividale del Friuli ponte del diavolo - Turista a due passi da casa
Cividale del Friuli ponte del diavolo – Turista a due passi da casa

Infine il suggestivo Ponte del Diavolo che sorge nei pressi dell’Ipogeo Celtico e congiunge le due sponde del Natisone. Leggenda vuole che gli abitanti non fossero in grado di costruirlo perché situato in un punto pericoloso, quindi chiesero aiuto al Diavolo. Questi accettò e in compagnia della nonna diavolessa realizzò in breve tempo la struttura. Leggenda vuole che la donna portò in un grembiule il grande masso che si trova al centro del fiume e su cui poggiano le arcate. Il Diavolo però chiese in cambio del manufatto la prima anima che avesse attraversato il ponte, ma gli abitanti ingannarono il demonio facendo passare per primo un cane.


Cinque motivi per visitare Cividale del Friuli

  • Per scoprire l’Ipogeo Celtico e i suoi misteri
  • Per passeggiare sul Ponte del Diavolo e scoprire la sua leggenda
  • Per ammirare lo stupendo panorama sul fiume Natisone
  • Perché è uno dei borghi più belli del Friuli Venezia Giulia
  • Perché questo luogo è stato punto d’incontro di diverse culture

Ascolta l’Audioguida completa di Cividale del Friuli

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Come arrivo a Cividale del Friuli

Cividale del Friuli si raggiunge dall’Autostrada A23 Palmanova-Udine-Tarvisio uscendo a Udine Nord, Udine Sud o Palmanova e seguendo le indicazioni per Cividale del Friuli. In treno tramite il servizio di littorina da Udine con le Ferrovie Udine Cividale. L’aeroporto più vicino è quello di Trieste, Ronchi dei Legionari.


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Valbruna, ovvero l’Atlantide del Mar Adriatico

Il Mare Adriatico nasconde una città sommersa: quella di Valbruna. Si troverebbe a poca distanza da Gabicce Mare, nella zona del Parco Naturale del Monte Bartolo. La sua “comparsa” tra le acque alimenta leggende avvalorate dai ritrovamenti dei pescatori che, ogni tanto tirando le reti, trovano impigliati resti di laterizi, capitelli, colonne, ma anche mattoni di antica fattura. 

Chissà cosa c’è di vero, eppure si narra che Valbruna, la città sommersa sorta nella zona di Vallugola, riaffiori in particolari situazioni, ovvero quando il mare è limpido. In questa occasione si vedrebbero tra i fondali, parti di questa misteriosa località.
Forse sono solo stratificazioni marine o depositi di qualche crollo della montagna a dare l’impressione che sotto ci possa essere la città romana di Valbruna. Di certo il panorama della zona alimenta la possibilità. Un singolare fenomeno ottico da Gabicce Monte dà l’impressione di vedere delle colline all’orizzonte, in mare, proprio nell’area di Vallugola. Ma non solo. Qualcuno sostiene che nelle giornate limpide e con mare in bonaccia, nel fondale si possano vedere colonnati, strade e ruderi di templi.

Valbruna, verso Pesaro – Turista a due passi da casa

L’origine di Valbruna

Secondo quanto si tramanda, questa antica città avrebbe origini greche. Non è nemmeno noto il luogo dove sarebbe sorta, ma quasi certamente nella baia di Vallugola. La sua scomparsa sarebbe dovuta ad una catastrofe naturale e da allora si sarebbe persa la memoria storica di questo luogo. Ma la città è esistita o è solo frutto della fantasia popolare? In questa zona di fondali poco profondi, di tanto in tanto affiorano reperti e alimentano la leggenda. Alcuni dei quali, risalenti al periodo tra il I e il IV secolo d. C. Si trovano al Museo Archeologico di Cattolica.



Le apparizioni miracolose

Ad alimentare le leggende di questa zona, anche l’apparizione della Madonna ad un gruppo di pescatori in difficoltà tra i flutti del mare in tempesta. Dopo aver travolto alcuni di loro, altri invocarono l’aiuto della madre di Dio e questa, miracolosamente apparve loro sorridente e seduta sopra un relitto. In quel momento la furia del mare si placò. E loro si salvarono. Secondo la leggenda i pescatori decisero di chiamare Cattolica il villaggio vicino. E lo stemma cittadino della città romagnola raffigurerebbe proprio la Madonna che li salvò.

Dove si trovava Valbruna e perché è scomparsa

Una ipotesi su dove fosse collocata la città di Valbruna c’è. La città sommersa potrebbe trovarsi in un punto imprecisato a circa a due km dalla costa. Siamo in una zona dove le acque erodono il litorale. Secondo gli studiosi in epoca romana la linea di riva si trovava 500 metri al largo rispetto ad oggi e il livello medio dell’Adriatico era di 2 metri più basso. Anche alcune fonti settecentesche parlano di questa città sommersa, ma a causa di cosa è scomparsa? Anche qui le ipotesi sono diverse. Dal terremoto costiero con conseguente tsunami che causò lo sprofondamento di un insediamento romano o posteriore che potrebbe quindi essere franato nell’Adriatico, alla frana della montagna stessa che seppellì Valbruna e la fece finire in mare o addirittura per colpa dell’uomo, che leggenda vuole, nel VII secolo abbia tagliato pezzi di monte provocando una frana distruttiva.

Valbruna, panorama sul mare Adriatico - Turista a due passi da casa
Valbruna, panorama sul mare Adriatico – Turista a due passi da casa

Il porto di Vallugola

Testimonianze del passato descrivono città piccola, con colonnati e statue; forse un porticciolo commerciale, oppure una cittadella fortificata realizzata a scopo difensivo per l’antichissimo porto militare di Vallugola.
Alcuni ritrovamenti di vasi del V secolo a.C. nei pressi di Santa Marina di Focaia, lasciano presumere che qui attaccassero navi greche. La zona, infatti era nota ad Atene e un’epigrafe racconta dell’esistenza di un Tempio dedicato a Giove Sereno, a protezione dei naviganti sopra una collina di Vallugola. Questo, soprattutto per i romani era,invece, un punto per lo scambio delle merci grazie alla vicinanza della via Flaminia.
Anche i Bizantini utilizzavano questo porto per i commerci con la Dalmazia, così come testimonianze del porto si hanno nel medioevo.
Le sorti del porto di Vallugola sono legate alla decisione di Francesco Maria II della Rovere di spostare il letto naturale del fiume Foglia per migliorare la navigazione verso il porto di Pesaro. Per Vallugola fu il declino. Ma il mistero della città scomparsa di Valbruna resta vivo ancora oggi.



Come arrivo a Vallugola

La zona di Vallugola si raggiunge dall’autostrada A14 Bologna-Ancona, direzione Ancona, uscita Gabicce Mare, quindi seguendo le indicazioni per Vallugola – Fiorenzuola di Focara. Da Gabicce si può percorrere anche la strada panoramica che si snoda attraverso il Parco San Bartolo.


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I Navigli di Milano, da Leonardo a luogo di svago e turismo

Un genio: Leonardo da Vinci. Un’opera idraulica che ha fatto diventare Milano una città sull’acqua. Il suo capolavoro: i Navigli, ovvero una storia antica che oggi è più viva che mai.

Leonardo da Vinci ha trascorso buona parte della sua vita in Lombardia lasciando tracce indelebili del suo lavoro, soprattutto per quanto riguarda l’ingegneria idraulica. Una delle testimonianza è rappresentata dai Navigli.

I Navigli, luogo di turismo

Navigli di Milano, una chiatta per il trasporto delle merci - Turista a due passi da casa
Navigli di Milano, una chiatta per il trasporto delle merci – Turista a due passi da casa

E proprio queste vie d’acqua, in passato arterie di comunicazione con l’Europa, sono meta oggi di un turismo rivisitato. Si naviga, si passeggia o si pedala sulle rive. Le alzaie che una volta erano utilizzata dai buoi per trainare le chiatte sul fiume, oggi sono solcate da appassionati della bicicletta che, soprattutto d’estate, vanno alla ricerca di un po’ di frescura e di strade lontane dal traffico veicolare.

Questo il presente, ma il passato?

Leonardo, arrivò in Lombardia nel 1482, entrò alla corte di Ludovico il Moro con l’incarico di costruire macchine belliche, finì per appassionarsi ai Navigli, tanto che fu lui ad inventare le cosiddette “porte vinciane”, un’idea realizzata per la Martesana che viene utilizzata ancora oggi nei canali e sui fiumi di tutto il mondo. Leonardo lavorò e studiò a Milano, Vigevano e Pavia, si concesse lunghe giornate sul corso dell’Adda e della Martesana, sul Naviglio Grande e nelle valli lombarde e proprio questi corsi d’acqua furono le sue arterie di spostamento.

L’acqua come via di comunicazione tra monti e pianura, tra Nord e Sud Europa.

Per molti secoli, non solo i milanesi, utilizzarono questi canali per il trasporto di merci e uomini. Pedalando, o passeggiando lungo le sponde oggi è facile imbattersi in ville sfarzose dal passato luminoso, talune in rovina, altre perfettamente ristrutturate. Sono state dimore di villeggiatura della nobiltà e della ricca borghesia.

Navigli di Milano, Robecco sul Naviglio- Turista a due passi da casa
Navigli di Milano, Robecco sul Naviglio- Turista a due passi da casa

Alcune di queste ville sono arricchite da parchi, giardini o sono integrate con il sistema agricolo. La rivoluzione industriale trasformò i navigli. Sorsero centrali elettriche, cartiere che soppiantarono i mulini ad acqua. Oggi restano esempi di grande qualità architettonica o ruderi di edifici dismessi o bombardati durante le guerre e mai più ricostruiti. Sul territorio è notevole la presenza di chiese ed abbazie. Segno che anche il clero si avvicinò ai Navigli.

I canali

Alcuni dei canali sono ancora navigabili. Oggi battelli turistici ripercorrono parte del tragitto. Il sistema Navigli conta su 5 canali: Bereguardo, Grande, Martesana, Paderno e Pavese. Sono tutte costruzioni artificiali. Sono le più antiche d’Europa.

I lavori per la realizzazione iniziarono nel XII secolo. Leonardo Da Vinci intuì la possibilità di collegare Milano con il Lago Maggiore (attraverso il fiume Ticino), ma anche con il lago di Como (passando dal fiume Adda), con la città di Pavia e quindi con il fiume Po e da qui raggiungere il mare Adriatico.

Naviglio Grande

Navigli di Milano, approdo sull’acqua- Turista a due passi da casa

Il Naviglio Grande è il primo dei canali del cosiddetto “sistema dei Navigli milanesi”. Risale al 1177. Da semplice fossato che, ampliato prese il nome Ticinello, nel 1209 arrivò a Milano, dove venne costruita la darsena (1272) rendendolo di fatto navigabile. Milano era così collegato via acqua con il Lago Maggiore e la Svizzera. Trasportava a Nord sale, lino e cereali, faceva arrivare in città carbone, vini, carni, pesce, legna e i marmi utilizzati per la costruzione del Duomo.

Naviglio Pavese

Il Naviglio Pavese segue, invece, l’antica via postale tra Milano e Pavia. Voluto dai Visconti, nel 1359, per mantenere lo splendore del parco del Castello di Pavia dove Gian Galeazzo amava cavalcare, i lavori procedettero a fasi alterne. Si fermarono sotto il dominio spagnolo e ripresero con Napoleone, anche se l’inaugurazione avverrà solo il 16 agosto del 1819 alla presenza di Ranieri, Arciduca d’Austria e Viceré del regno Lombardo-Veneto. Dalla Darsena passando per Binasco e Pavia, in Naviglio sfocia nel Ticino. Da qui raggiungere il Po è un attimo.

Naviglio di Bereguardo

Il Naviglio di Bereguardo è stato scavato tra il basso Medioevo e il XIX secolo. Nasce dal Naviglio Grande, a Castelletto di Abbiategrasso e raggiunge il Ticino al ponte di Bereguardo. I lavori iniziarono nel 1420 per volontà di Filippo Maria Visconti, Duca di Milano, per collegare Milano con il Ticino, ma con la successiva apertura del Naviglio pavese, questa via d’acqua perse importanza.

Navigli di Milano, il Naviglio di Bereguardo - Turista a due passi da casa
Navigli di Milano, il Naviglio di Bereguardo – Turista a due passi da casa

Naviglio della Martesana

Il quarto Naviglio è quello della Martesana, che affianca l’antica strada romana (oggi SS11 padana superiore) risale al 1496, per volontà di Ludovico il Moro. Venne costruito in soli tre anni e scorre da Trezzo sull’Adda a Milano. E’ il collegamento tra il capoluogo lombardo col fiume Adda e con il Lago di Como. Anticamente veniva utilizzato per muovere macine, torchi, ma anche dava acqua a filatoi e cartiere.

Naviglio di Paderno

Infine il Naviglio di Paderno, ideato da Leonardo che all’inizio del ‘500, fu ospite dei conti Melzi a Vaprio d’Adda. È il più breve tra i Navigli, ma è anche il più complesso. Ha un salto di quota di 27,5 m. L’intenzione era quella di collegare Milano a Como tramite la cerchia dei Navigli. I lavori di costruzione termineranno quasi tre secoli dopo, sotto Maria Teresa d’Austria, con inaugurazione nel 1777.

Oggi il Sistema dei Navigli milanesi è utilizzato a scopo turistico e per piacevoli passeggiate o gite sull’acqua.

Il Barchett

Cento anni fa il Naviglio Grande era solcato dai cosiddetti “barchett“, ovvero “barche corriere” che partivano da Abbiategrasso, Boffalora, Gaggiano e Turbigo e trasportavano passeggeri e corrispondenza fino alla Darsena di Milano. Uno di questi barchett fu al centro di una commedia scritta nel 1870 da Cletto Arrighi, che all’epoca ebbe un clamoroso successo, tanto da ottenere centinaia di repliche. Il servizio di trasporto coi barchett terminò nel 1913. Una di queste imbarcazioni si può ancora oggi ammirare a Boffalora sul Ticino.


Cinque motivi per ammirare i Navigli

  • Per conoscere le vie d’acqua lombarde
  • Per riscoprire luoghi di villeggiatura della borghesia milanese
  • Per pedalare lungo le ciclabili che affiancano i Navigli
  • Per andare alla scoperta dei sapori della zona
  • Per arrivare a Milano seguendo le via d’acqua


Come arrivo a Milano

Milano si raggiunge con l’auto seguendo le autostrade A1 (Milano-Napoli), A4 (Torino-Trieste) A8 (Milano-Varese) e A9 (Chiasso-Milano). In treno le stazioni principali sono la Stazione Centrale, Porta Garibaldi e Lambrate. Due gli aeroporti: Linate e Malpensa

Miracoli e leggende di un Crocifisso misterioso. Siamo a Castano Primo

Un crocifisso arrivato per miracolo nella località di Castano Primo, siamo nell’estremo Nord-Ovest della città metropolitana di Milano, a ridosso del fiume Ticino e al confine con il Piemonte, ed avvolto da misteriose leggende che ci riportano all’epoca delle Crociate. O forse ancora prima.

La scultura lignea è esposta dietro l’altare maggiore della parrocchiale di San Zenone ed è nota come il Crocifisso dei miracoli. Capiremo il perché scoprendo le leggende sorte su questa reliquia.

Le leggende

La prima leggenda è quella del come sia giunto a Castano Primo questo crocifisso. Una delle ipotesi popolari narra che sarebbe stato portato qui da Gerusalemme al tempo delle crociate e in un secondo momento donato alla Parrocchia di Castano Primo da un Cavaliere di Malta, tale Giambattista della Croce, detto Fra Rodolfo della Croce.
Quest’ultimo, imparentato con Bernardino della Croce, vescovo di Como, avrebbe avuto beni e lasciti nel comune altomilanese. A Como esiste un Crocifisso analogo e gli studiosi ipotizzano che sia verosimile questa storia.
Il Cavaliere avrebbe fatto dono alla comunità di Castano Primo di questa scultura lignea, per ringraziamento verso Gesù per averlo salvato durante la battaglia di Lepanto e la guerra dei Trent’Anni.

Il Crocifisso proveniente da Gerusalemme sarebbe stato scolpito da una persona che vide di persona Gesù sulla croce. Altre leggende, invece, lo danno come opera dell’Evangelista San Luca, ma i contadini della zona raccontano che nel 1800 la Croce arrivò con una piena del fiume Ticino, anzi, le acque stesse lo trascinarono fino in paese.

Il parere degli esperti

Castano Primo, Crocifisso in processione- Turista a due passi da casa

Gli esperti che hanno compiuto studi approfonditi sul legno di cui è composto questo crocifisso, stimano che sarebbe opera del Cinquecento, periodo in cui nel milanese ci fu una forte ascesa di devozione alla santa Croce. Il tutto sarebbe provato da un documento del 1556 che descrive la Chiesa di San Zenone di Castano Primo e cita la presenza davanti all’altare maggiore di un “grande crocifisso”.

I miracoli

Ma questo crocifisso pare sia anche miracoloso. E lo proverebbero diverse testimonianze del 1600. Un secolo dopo, invece, la zona fu colpita da una terribile siccità. Nel 1714 il mondo rurale fu messo in ginocchio dalla mancanza di precipitazioni. I contadini vedevano ogni giorno sempre più compromesso il raccolto non sapevano più a che santo votarsi. Uno dei sacerdoti cittadini ebbe l’intuito di rivolgersi con fiducia al Crocifisso e, dice la leggenda, “prima che facesse notte il cielo si oscurò coprendosi di nubi. Cominciò allora a piovere. L’acqua allagò le campagne e riempì i pozzi cittadini mettendo fine alla siccità”.

Ma i miracoli si succedevano con così tanta frequenza che anche dai paesi vicini ci fu una sempre maggiore adozione. Si facevano celebrare messe in nome del Crocifisso, si portavano doni come ex-voto e, qualcuno fiutando l’affare cominciò a stampare immaginette da offrire ai fedeli.


Il miracolo durante la seconda Guerra d’Indipendenza

Castano Primo, Crocifisso in processione- Turista a due passi da casa
Castano Primo, Crocifisso in processione- Turista a due passi da casa

Nel 1859, durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, l’esercito austriaco puntò i cannoni sulla piazza di Castano Primo. Con le truppe francesi e piemontesi sulla riva opposta del fiume Ticino, i cittadini cercarono una particolare protezione dal loro Crocifisso rifugiandosi in chiesa a pregare perché venisse risparmiata la loro città.
Fu proprio così. Gli austriaci ritirarono le loro armi. La battaglia si spostò nella vicina Turbigo e proseguì verso Magenta.
In segno di ringraziamento per lo scampato pericolo, la popolazione decise di portare in solenne processione per l’intero paese la statua lignea, promettendo analoga devozione ogni 25 anni.

Una tradizione che si ripete

Dal 1859 in questa località, in nome del Crocifisso si svolge una grande festa che richiama migliaia di persone. L’ultima solenne processione risale al 2009, mentre la prossima sarà nel 2034. La località viene addobbata a festa per il passaggio del “miracoloso Crocifisso” portato a spalla da diversi volontari per le vie del paese, come segno di testimonianza di fede e devozione.

Ma come è arrivato il Santo Crocifisso a Castano Primo? Il mistero resta insoluto.



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Come arrivo a Castano Primo

Castano Primo si raggiunge dall’Autostrada a A4 Torino-Milano, uscita Marcallo Mesero, quindi seguendo la superstrada per l’aeroporto della Malpensa. Uscita castano Nord. Oppure dall’Autostrada A8 (Milano-Varese) fino a Busto Arsizio, quindi direzione Malpensa. Uscita Castano Nord. Si può arrivare anche in treno. La stazione di Castano Primo è sulla linea Saronno-Novara delle ferrovie Trenord.

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San Salvatore di Sinis, borgo Western di Sardegna

Un piccolissimo borgo dalle minuscole case che ci ricordano quelle di certi film western. Non siamo nel Texas, ma a San Salvatore di Sinis, un piccolo borgo della provincia di Oristano, che fa parte del comune di Cabras e situato lungo la strada che conduce alla spiaggia di Is Arutas, nella penisola del Sinis.

Andando alla scoperta della Sardegna autentica, non quella patinata di certe riviste e dei tour operator, ci siamo imbattuti in un minuscolo borgo dalle case ad un piano e dall’enorme piazza.
La cosa ci ha incuriosito non poco, soprattutto perché a pochi metri da dove abbiamo parcheggiato la macchina, si trova un locale con la porta d’ingresso simile a quella dei saloon che ammiriamo in tanti film western.

Il paese del west

San Salvatore di Sinis la piazza – Turista a due passi da casa

San Salvatore di Sinis, di primo acchito sembra un antico villaggio disabitato. Le porte e le finestre sono tutte chiuse. Non incontriamo anima viva, a parte qualche turista intento a scattare fotografie. Le strade della cittadina sono in terra battuta. Il vento soffia tra le abitazioni. Mancherebbe il classico gomitolo di rovi trasportato dal vento per giurare di essere sul set di un film.

Ci guardiamo attorno. Il vuoto assoluto. Solo queste case basse, allineate, attaccate l’una all’altra e nient’altro.
Siamo proprio sul set di un film western. O perlomeno, qui, in questo piccolo borgo sperduto della Sardegna, alla fine degli anni ’60 vennero girati alcuni film western.

La località e le sue colline sembrano uscite da una cartolina proveniente dal Messico.

I film

Non pensate a Cinecittà, ma qui, tra le pellicole girate ci sono: “Giarrettiera Colt” del 1968 e si dice che Sergio Leone abbia girato alcune scene del film “Per un pugno di dollari”. Ma di questo non ci sono certezze.

Per poter adattare San Salvatore di Sinis alle sembianze di un villaggio del West, le case subirono alcune modifiche che si possono vedere ancora oggi. Fu realizzato un vero saloon, ma andò distrutto durante un incendio e non venne mai più ricostruito.

Il declino

San Salvatore di Sinis – Turista a due passi da casa

Il declino del borgo cominciò una volta smontato il set, anche perché i costi per girare in questo posto erano esorbitanti. Produttori e registi prevedono la più economica Cinecittà.
Eppure questo San Salvatore di Sinis ha origine medievale e prende il nome dalla chiesetta che sorge al centro del paese.

La chiesa

San Salvatore di Sinis nasconde anche una chiesetta campestre seicentesca e il suo antico ipogeo, frequentato per il culto delle acque fin dall’epoca nuragica.
Si tratta di un ambiente in parte scavato nella roccia e in parte costruito in muratura e arenaria e costituito da 5 vani, che si sviluppano intorno ad una stanza circolare centrale, nella quale troneggia il pozzo sacro nuragico. Ricostruito nel VI secolo, l’ipogeo è una testimonianza dell’utilizzo di questo luogo come stanza per diverse religioni. Di ordine nuragica, divenne tempo per le divinità romane, ma su una parte si può scorgere anche una scritta inneggiante ad Allah. Gli studiosi presumono che quest’ultima sia il risultato di un tentativo d’assalto di predoni islamici in epoca medievale

La corsa degli scalzi

Se vi capita di passare da queste parti tra fine agosto e inizio settembre non perdetevi la tradizionale ”Corsa degli scalzi”. Pare risalga al XVI secolo, epoca in cui gli spagnoli dominavano su questa terra.
Per sfuggire ad una delle numerose incursioni saracene, gli abitanti dovettero portare in salvo la statua del Santo del villaggio sino a Cabras per proteggerla dagli invasori.
Da allora questo rito si ripete ogni anno.



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Come arrivo a San Salvatore di Sinis

San Salvatore di Sinis si raggiunge da Cabras seguendo la strada provinciale 6 che costeggia lo stagno.

Due colossi ad Arona: quello di San Carlo Borromeo e …quello di Rodi

Una curiosa leggenda che nasce da un racconto dello scrittore Piero Chiara (1913 -1986) ci porta ad Arona, siamo in provincia di Novara, ad ammirare la statua in Bronzo dedicata a San Carlo Borromeo.

Arona, statua di San Carlo Borromeo - Turista a due passi da casa
Arona, statua del Sancarlone – Turista a due passi da casa

Un monumento sacro che si può visitare anche entrando all’interno della statua. Una scala porta alla sommità, ovvero alla testa, da dove si ha uno splendido panorama sul lago Maggiore. Ma a noi in questo caso interessa il racconto della costruzione della statua che ci porta fino al …Colosso di Rodi.

La storia

Rodi, il porto – Turista a due passi da casa

Si narra che il Colosso di Rodi, una delle sette meraviglie del mondo antico, venne affondato da un potente terremoto che sconvolse l’isola greca, facendolo affondare e mandandolo in frantumi. L’immensa statua fu inghiottita dal mare. Qualche pezzo fu recuperato. Tra questi c’erano i genitali, fallo e scroto che vennero ripescati.  Quattro secoli dopo, il procuratore di Antiochia, Tito Cornasidio se ne viene in possesso acquistandoli, pensando di utilizzare quei reperti per la sua villa sull’Aventino. Detto fatto. Il procuratore li fa trasportare a Roma  su una nave carica di obelischi egiziani, ma giunto nel porto di Brindisi, il fallico reperto viene scoperto e  …adorato da ragazze e donne sterili, che toccando con mano, hanno la percezione di trovare marito o essere feconde.

Un reperto portafortuna

Il procuratore, nel frattempo si accorge che quel reperto fallico gli porta fortuna anche nel suo lavoro. Infatti avanza di carriera. Viene  nominato Proconsole della Gallia Lugdunense. Deve lasciare Roma e partire alla volta di Lione decidendo di porta con sé l’oggetto cui deve tanto. Giunto sul lago Maggiore, il carro trainato da buoi che trasporta la preziosa reliquia si rompe e sfortuna lo coglie. il procuratore muore. Nessuno si preoccuperà di recuperare questo oggetto viene così seppellito nella terra.



Perché Arona?

Arona, Statua di San Carlo Borromeo - Turista a due passi da casa
Arona, Statua di San Carlo Borromeo – Turista a due passi da casa

Ad Arona, provincia di Novara, si sta erigendo una statua dedicata a San Carlo Borromeo. Siamo nel 1692. Gli ideatori la pensano in grande e immaginano un monumento gigante quanto il Colosso di Rodi, ma ad un certo punto, a lavori quasi completati, viene a mancare il materiale per finire la testa e la realizzazione subisce un brusco stop. Disseppellito per caso, il fallo del Colosso di Rodi viene fuso in gran segreto e il materiale recuperato viene utilizzato per completare l’opera.

Ecco svelata la leggenda sul Sancarlone fatto con le palle del Colosso di Rodi che nasce dal racconto di Piero  Chiara “Sotto  la  sua  mano”.

La visita

Arona, panorama dalla statua del Sancarlone – Turista a due passi da casa

Non sappiamo se Piero Chiara abbia inventato di sana pianta questa storia, l’unica certezza è che la colossale statua di San Carlo Borromeo è visibile all’esterno e visitabile al suo interno. Se entrate, quando arrivate in testa, non pensate al materiale con cui è stata costruita.



Come arrivo ad Arona

Arona, mappa colosso di San Carlo Borromeo – Turista a due passi da casa

Arona si raggiunge dall’Autostrada A26, Genova-Gravellona Toce, uscita Arona, mentre il colosso di San Carlo Borromeo si raggiunge seguendo la Starda Statale del Sempione e imboccando via Verbano fino al parcheggio per l’auto, poi si prosegue a piedi.

Il ponte Buriano, un ponte Giocondo

Un minuscolo puntino su uno dei capolavori di Leonardo Da Vinci, la Gioconda, potrebbe essere quello che si incontra sulla strada detta Setteponti e che da Arezzo conduce a Castiglion Fibocchi e Loro Ciuffenna. Si tratta del ponte Buriano, che permette l’attraversamento del fiume Arno.

Ponte di Buriano - Turista a due passi da casa
Ponte di Buriano – Turista a due passi da casa

Una costruzione di origine medievale, quella del Ponte Buriano, dalle possenti arcate e che risale al 1240. Per la costruzione furono necessari ben 37 anni, infatti fu ultimato solo nel 1277. E’ composto da sei arcate e ancora oggi trasmette tutto il suo fascino, se lo pensiamo dipinto dietro alla Gioconda, il famoso quadro di Leonardo da Vinci che si trova esposto al museo del Louvre a Parigi. Dalla sua costruzione ad oggi ha resistito a tutte le calamità, compresa quella dei tedeschi in ritirata, durante la Seconda Guerra Mondiale, intenzionati a farlo saltare, ma che davanti a questa architettura rinunciarono all’intento.

L’ipotesi

Gli studiosi, negli ultimi anni, stanno prendendo in considerazione che quel minuscolo ponte raffigurato alla sinistra di Monna Lisa, poco sopra la spalla, possa essere il Ponte Buriano. L’unica certezza è che la zona dove è costruito è la congiunzione, o meglio, dove finiscono (o iniziano secondo i punti di vista) il Casentino- la prima valle bagnata dall’Arno- il Valdarno Superiore e la Val di Chiana.



Punti di vista

Per meglio ammirare la bellezza del Ponte Buriano possiamo scendere fin quasi a riva. Poco prima dell’inizio della struttura, per chi arriva da Arezzo, sulla sinistra trova una stradina di campagna. Seguendola, pochi passi e abbiamo un’altra visione del ponte. Lo possiamo vedere da sotto, e la struttura ci appare in tutta la sua maestosità.

Vista dal Ponte di Buriano – Turista a due passi da casa

Sembra che l’acqua che scorre sotto il ponte, il cielo e le nuvole si fondano. Forse è solo suggestione, forse è l’emozione indescrivibile di essere in questo luogo dipinto da Leonardo da Vinci, nel suo più misterioso capolavoro.



Come arrivo al ponte Buriano

Da Arezzo si arriva in auto, oppure in bicicletta, (ma la strada è trafficata) seguendo la Sp1, o Setteponti, in direzione di Castiglion Fibocchi. Dopo 14 Km incontriamo il Ponte Buriano nel punto in cui l’Arno forma una diga, detta della Penna e dà inizio alla Riserva Naturale di Ponte Buriano e La Penna.

A piedi fino al Centro geografico d’Italia

La Penisola italiana, detta anche “stivale” per la sua conformazione geografia ha un suo centro. Per calcolo si trova appena fuori Narni, in provincia di Terni, in Umbria, esattamente in località il Montello, nei pressi del Ponte Cardona e si raggiunge con un facile trekking nella natura.

Anche se diverse località si contendono il punto esatto in cui geograficamente è il Centro d’Italia, per convenzione sono state stabilite, dopo accurati studi dell’istituto Geografico Militare di Firenze, le seguenti coordinate:

  • Latitudine 42° 30’ 11″
  • Longitudine 12’34’24″

Si tratta del punto in cui converge uguale distanza tra i quattro punti cardinali in Italia (Nord-Sud e Est-Ovest). Il tutto è indicato da un cippo a spirale con un elemento in acciaio al culmine che permette a chi arriva fin qui di poter toccare con mano il “Centro geografico d’Italia” e che si raggiunge dopo un facile cammino. Siamo a pochi metri da un altro monumento di epoca romana: il Ponte Cardona.

Narni, cippo Centro Geografico d'Italia - Turista a due passi da casa
Narni, cippo Centro Geografico d’Italia 02 – Turista a due passi da casa

Il trekking

Il nostro trekking inizia al termine della Strada dei Pini, a Narni. Lasciata la macchina al parcheggio, si supera l’insegna Ponte Cardona e si procede lungo lo sterrato che si immerge nella vegetazione. Il nostro percorso si snoda tra grandi querce e lecci e lungo il sentiero ci accompagnano, saltuariamente piccole statue di folletti che vivono nel bosco. Si tratta di statue che appaiono qua e là sugli alberi. Passo dopo passo ci accorgiamo anche della presenza, sul suolo, di alcuni pozzetti laterali. Si tratta delle bocchette di sfioro dell’acqua di un antico acquedotto di origine romana: l’acquedotto della Formina. Fu costruito oltre venti secoli fa. Continuiamo a camminare sul sentiero fino ad un punto panoramico segnalato. Ci fermiamo per qualche secondo e poi, non molto distante ecco il cippo in pietra da cui sporge un puntale in acciaio. Siamo arrivati al Centro geografico d’Italia.

Narni, cippo Centro Geografico d’Italia – Turista a due passi da casa


Il ponte Cardona

Scattate le fotografie di rito per documentare il nostro approdo nel punto esatto d’Italia, possiamo ora ammirare il Ponte Cardona, un manufatto di origine romana realizzato utilizzando conci di travertino. Si tratta di un ponte a un solo arco a tutto sesto di età augustea. Della struttura originaria conserva l’armilla, la volta, i piedritti e parte delle spalle. Per ammirarlo in tutta la sua grandezza però occorre scendere nel letto del fosso.

L’Acquedotto della Formina

Lungo il percorso abbiamo notato diverse bocchette di sfioro dell’acqua, sono quelle dell’Acquedotto della Formina. Anche questa è un’opera che risale al periodo romano, in parte costruita in muratura e in parte scavata nella roccia. Il percorso segue un tracciato che ha inizio a Sant’Urbano, dove si trova il cunicolo detto “Capo dell’Acqua” e arriva a Narni, percorrendo circa tredici chilometri. Il condotto aveva 149 bocchette laterali, 55 pozzi e una pendenza media del cinque per mille. Una volta giunta a Narni, l’acqua veniva raccolta in un serbatoio dal quale partivano i tubi per la distribuzione. Sul percorso si trovano sette sorgenti e quattro ponti, di cui due ancora ben conservati (ponte Cardona e ponte Vecchio). Gli altri sono in vece ponte Pennina e ponte Nuovo. Per arrivare a destinazione l’acqua superava la collina di San Biagio, S. Silvestro e il monte Ippolito tramite tre trafori.



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Come arrivo a Narni

Narni si raggiunge dall’autostrada A1 uscita Orte, poi si segue la E45 in direzione Terni, fino a destinazione. Narni si trova sulla linea ferroviaria Roma-Ancona, la stazione di riferimento è Narni-Amelia. Gli aeroporti più vicini sono quello di Perugia e Roma.

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Milano, un insolito tour tra misteri e leggende, tra storie di streghe, fantasmi e Re Magi

Una tour nella Milano che non ti aspetti, tra leggende, spesso metropolitane o legate ai monumenti, tra streghe bruciate sulla piazza, Diavolo e Re Magi.

Milano, dall’alto del Duomo – Turista a due passi da casa

Il nostro tour parte da Via Giuseppe Ripamonti e dalla chiesa di Santa Maria al Paradiso. Qui troviamo una pietra tonda con 13 raggi, un simbolo celtico che rappresenterebbe le 13 lunazioni dell’anno e proprio il numero 13 è legato alla storia della città: il “tredesin de mars” è la festa tradizionale milanese e nasce dal ricordo dell’annuncio del Cristianesimo alla città fatto da San Barnaba il 13 marzo del 51. Alcuni studiosi ritengono che fu proprio il santo a posare questa pietra nella navata centrale della chiesa.

La prima pietra

A proposito di pietre, in un altro angolo cittadino, Via San Vito, si trova un particolare scritta di probabile origine nord-etrusca. Si legge Leponzio (da destra a sinistra) con riferimento al popolo celtico. Inoltre recita: “24 miglia da Mesoliano” Ecco Mediolanum, la terra di mezzo, la terra al centro del mondo. Un mistero.



Il Duomo

Milano, il Duomo – Turista a due passi da casa

Come un mistero resta la leggenda del lago sotto il Duomo di Milano che sarebbe un luogo di ritrovo di una setta e ci si arriverebbe tramite un cunicolo di non facile individuazione. Dal sottosuolo al tetto della cattedrale per scoprire la leggenda di Carlina, la sposa fantasma che apparirebbe in alcune foto di nozze scattate sulla porta del Duomo e che, leggenda vuole, porterebbe bene.

Ma chi è Carlina? Una ragazza della provincia di Como che sposatasi, fece il viaggio di nozze a Milano. L’usanza dell’epoca imponeva alle giovai spose di vestirsi di nero per impedire che i feudatari locali pretendessero lo ius primae noctis.

Per lei non fu così. Prima del matrimonio si concesse ad un giovane straniero e rimase incinta. Durante il viaggio di nozze col marito (ignaro della sua situazione) la coppia visitò la cattedrale e lei salì sul tetto del duomo, era ottobre ed era un giorno di nebbia, voleva chiedere perdono alla Madonnina per il suo tradimento, ma la visibilità non era delle migliori e precipitò. Il corpo non fu mai ritrovato.



San Bernardino alle Ossa

La cappella seicentesca di San Bernardino alle Ossa è uno dei luoghi più suggestivi di Milano. È internamente decorata con ossa e teschi che apparterrebbero alle vittime della peste, altre invece sarebbero quelle dei condannati a morte. Secondo una leggenda, alla sinistra dell’altare, invece, sarebbe sepolto uno scheletro integro che il primo giorno di novembre, giorno di Ognissanti, si rianimerebbe e, assieme a tutti gli altri, dando vita ad una danza macabra.



La colonna del Diavolo

La seconda basilica più nota di Milano è quella di Sant’Ambrogio, il patrono della città. Non molto distante dalla chiesa, ecco una colonna, di epoca romana che veniva utilizzata per le conversioni al cristianesimo degli imperatori pagani. Su questa colonna si notano due fori in basso.

Milano, la colonna del Diavolo – Turista a due passi da casa

Secondo la leggenda li avrebbe lasciati il demonio dopo una lotta con Sant’Ambrogio. I due si incontrarono una mattina. Satana cerò di convincere il patrono della città a rinunciare al suo compito di vescovo. Sant’Ambrogio ad un certo punto sferrò un calcio al diavolo che sbatté le corna contro la parete, rimanendo incastrato. Rimase lì fino al giorno dopo , quando misteriosamente sparì all’interno di uno dei due fori. La leggenda vuole anche che d’inverno, avvicinandosi alla colonna si senta odore di zolfo.

Il serpente di bronzo

Restando sempre in Sant’Ambrogio, Su un’altra colonna in granito, questa volta all’interno della basilica, si potrà notare un serpente in bronzo: la leggenda dice che sia stato forgiato da Mosè per difendere il suo accampamento dai serpenti del deserto. Arrivato a Milano da Costantinopoli si diffuse la leggenda che chi lo tocca può guarire da malattie intestinali. Questo succederà solo fino al giorno del giudizio. Poi il serpente striscerà via.



La piazza delle streghe

Non solo diavoli, ma anche streghe e a Milano è famosa Piazza Vetra. Questo è il luogo in cui la Santa Inquisizione bruciava le donne accusate di stregoneria. Siamo dietro le Colonne di San Lorenzo, e per accedere a questa piazza, dove fino alla metà del 1800 si tenevano le esecuzioni dei cittadini condannati per vari reati, si doveva passare sul Ponte della Morte che scavalcava il canale della Vetra (oggi sotterrato).

I documenti della Santa Inquisizione, con le prove dei roghi di streghe, untori della peste e tanto altro furono bruciati nel 1788, nel chiostro di Santa Maria delle Grazie.

I Re Magi

Milano non è solo streghe e demoni, nella chiesa di Sant’Eustorgio c’è la tomba dei Re Magi. Almeno qui si troverebbero alcune ossa, tra cui due fibule, una tibia e una vertebra, che sarebbero appartenuti ai Magi. Il sarcofago di pietra è collocato nella cappella a loro dedicata e risale al tardo Impero Romano. Secondo la tradizione, fu il vescovo Eustorgio a farli portare qui perché voleva essere sepolto vicino a loro. La leggenda dice che la chiesa fu costruita nel punto dove i buoi che trainavano il carro che trasportava le sacre reliquie si fermarono e si rifiutarono di andare avanti.

Le reliquie dei Magi furono trafugate dal Barbarossa, che le portò a Colonia. Nel 1904 alcuni frammenti vennero riportati a Milano.

La Dama Velata del Parco Sempione

Milano, Castello Sforzesco – Turista a due passi da casa

Anche il Castello Sforzesco ha i suoi fantasmi. Qui hanno vissuto tante donne: Isabella d’Aragona, Biancamaria Scapardone, Bona di Savoia, Bianca Sforza e la strega Isabella da Lampugnano, ma la più misteriosa è la Dama Velata, il fantasma di una donna vestita di nero e col viso velato che quando appare lascia dietro di se un profumo di violetta. Questo fantasma farebbe perdere la testa agli uomini che si innamorerebbero perdutamente di lei e passerebbero la vita a cercala.

Il Ponte delle Sirenette al Parco Sempione

A proposito di amori e innamoramenti, poco distante dal Castello Sforzesco di Milano, nel Parco Sempione scorre un ruscello, sul quale c’è un piccolo ponte noto come il Ponte delle Sirenette, che è considerato un luogo magico. Alle due estremità del ponte si trovano quattro statue, le sirenette appunto, una di queste ha il seno prosperoso. La tradizione vuole che i ragazzi prima di un incontro galante tocchino uno dei seni delle statue come rito propiziatorio. Ma non solo. Si dice che baciarsi sotto queste statue eviti il tradimento del partner.



Come arrivo a Milano

Milano si raggiunge in automobile dall’Autostrada A1, Napoli-Milano, dalla A4 Torino-Trieste, dalle autostrade A8, Varese-Milano e A9, Como-Milano e dalla A7, Genova-Milano. Per chi arriva in treno, la stazione di riferimento è quella Centrale.

La fontana di Trevi a Roma, tra cinema, leggende e dolce vita

Monumento storico e uno dei simboli di Roma, la fontana di Trevi è stata al centro  di alcune pellicole cinematografiche di grande successo. Ma anche di numerose leggende.

Roma, Fontana di Trevi, particolare – Turista a due passi da casa

È proprio vero, chi getta una moneta nella fontana più famosa della Capitale italiana, propizia il suo ritorno in città. Lo dice la leggenda. Anni e anni fa io gettai una monetina nella famosa fontana e sono tornato a Roma. Vero o falso che sia, le monetine lanciate da ignari turisti nella fontana di Trevi vengono raccolte e consegnate ad un ente assistenziale (CARITAS) da parte del comune di Roma.

La seconda leggenda

Sulla Fontana di Trevi di Roma aleggia anche  una seconda leggenda legata  alle unioni amorose. Risale al periodo in cui l’acqua della cascata si poteva ancora bere. Si narra che le ragazze innamorate ne facessero bere un bicchiere al fidanzato in partenza. Il bicchiere veniva in un secondo momento frantumato quale simbolo di augurio e fedeltà.

Dicerie a parte, questo gioiellino è una via di mezzo tra lo stile rococò e barocco,  è stato anche al centro di diversi film di grande successo, su tutti la “Dolce Vita”.

La fontana al cinema

Roma, Fontana di Trevi – Turista a due passi da casa

Celebre nel mondo la frase di una biondissima Anita Ekberg che nel 1960 invitava Marcello Mastoianni a fare il bagno con lei nelle acque della fontana: “Marcello, come here! Hurry up!”.  Fontana di Trevi che grazie a Federico Fellini stampava nell’immaginario collettivo Roma come simbolo della Dolce Vita e alle prese con gli anni del boom economico in Italia. Altri tempi.

Le scene del film di Fellini sono le più celebri tra quelle girate alla Fontana di Trevi. Come non ricordare anche quelle che vedono Antonio De Curtis, allias Totò, protagonista di un maldestro tentativo di vendere il monumento ad un ignaro turista.

Ci riferiamo a “Tototruffa 62”, film del 1961 di Camillo Mastrocinque, in cui Totò oltre a cercare di vendere fisicamente la fontana di Trevi, ne cedeva anche i diritti d’autore per le foto scattate dagli altri turisti. Potete vedere queste esilaranti scene o in tv oppure, se cercate, si trovano su Youtube.

Prima ancora la fontana fu protagonista nel film  del 1954, diretto da Jean Negulesco intitolato proprio “Fontana di Trevi”.

La storia

Roma, Fontana di Trevi – Turista a due passi da casa

Un monumento questo, strettamente collegato  alla costruzione dell’acquedotto Vergine, che risale ai tempi dell’imperatore Augusto.

Fu Marco Vipsanio Agrippa a far arrivare l’acqua corrente fino al Pantheon ed alle sue terme.  Il punto terminale dell’Aqua Virgo era sul lato orientale del Quirinale, nei pressi di un trivio (“Treio”, nell’allora linguaggio, da cui si sarebbe preso spunto per il nome attuale). Al centro di questo incrocio fu realizzata una fontana con tre bocche che riversavano acqua in tre distinte vasche affiancate.

La fontana attuale

Roma, Fontana di Trevi – Turista a due passi da casa

La fontana attuale è un progetto di Nicola Salvi. Fu lui  a vincere il concorso indetto da Papa Clemente XII. Originariamente pensato in stile rococò, la versione attuale ha linee barocche per le aggiunte volute da Giuseppe Pannini nel 1762.

La Fonatana di Trevi è adagiata su un lato di Palazzo Poli.

Come arrivo a Roma

Tutte le strade portano a Roma, dice un antico detto. Ed è proprio così. Si arriva nella capitale d’Italia in auto, seguendo da Sud o Da Nord l’Autostrada A1, oppure in treno. La stazione principale è Roma Termini, o in aereo dagli scali di Fiumicino (internazionale) e Ciampino (soprattutto per le compagnie low cost).

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Lacus Clisius o Lacus Cusius? Il lago d’Orta, nelle prealpi piemontesi, legato a San Giulio e a Gianni Rodari

Il Lago d’Orta, piccolo specchio d’acqua in provincia di Novara e noto dal medioevo come Lago di San Giulio, è legato all’arrivo del Santo, ma anche ad uno tra i più importanti scrittori italiani: Gianni Rodari, che qui nacque nel 1920. Il nome attuale del lago risale al XVII secolo e prende il nome dalla principale località: Orta San Giulio. (qui il link del post dedicato).

Un lago, una leggenda

Isola di San Giulio - Turista a due passi da casa
Isola di San Giulio – Turista a due passi da casa

E’ curiosa la leggenda che aleggia sul lago d’Orta e che ci riporta al IV secolo, più precisamente all’arrivo sulle sponde di due fratelli originari dell’isola greca di Egina: Giulio e Giuliano che qui, con l’avallo dell’imperatore Teodosio I si dedicarono all’abbattimento di templi pagani.

La tradizione

La tradizione vuole che san Giulio, lasciato solo il fratello Giuliano nell’opera di edificazione della novantanovesima chiesa, a Gozzano, cercò da solo il luogo dove costruire la centesima: pensò di farlo sull’isolotto a pochi passi da Orta. Idea nobile, ma nessuno volle trasportarlo su quel lembo di terra che sorge dal lago perché si vociferava che l’isolotto fosse infestato da bestie feroci.

Isola di San Giulio, scorcio – Turista a due passi da casa

Per nulla intimorito, san Giulio, si recò da solo sull’isola. Posò il mantello sull’acqua e cominciò a camminarci sopra finché raggiunse il lembo di terra che fuoriusciva dal lago. Poi la leggenda ci ha messo del suo. Si dice che il santo sconfisse draghi e serpenti che infestavano il luogo, secondo antiche credenze pagane, cacciandoli per sempre e che in un secondo momento gettò le fondamenta per la chiesa che venne edificata nel punto dove oggi vediamo la basilica di San Giulio. 

Isola di San Giulio, sullo sfondo la basilica – Turista a due passi da casa

L’Isola oggi

Raggiunta l’isola con il battello, l’approdo è all’altezza della basilica che sorge sul luogo della primitiva chiesa fondata da San Giulio. Dell’edificio originario oggi resta solo l’abside maggiore. Agli inizi del X secolo, sull’isola esisteva una struttura fortificata che fu demolita nel 1842 per far posto a quello che oggi è il seminario.

Isola di San Giulio, il circuito ad anello – Turista a due passi da casa

Visitata la basilica, si può fare un giro completo di questo isolotto seguendo un circuito anulare noto come la via del silenzio e della meditazione. In rigoroso silenzio si percorrono quelle poche centinaia di metri che ci riportano al punto di partenza, tra muri che trasudano di umidità e fantastici scorci sulle acque del lago. Passo dopo passo si raggiungono l’ottocentesco Palazzo dei Vescovi e l’abbazia benedettina Mater Ecclesiae, un convento di clausura femminile, mentre gli altri edifici dell’isola sono abitazioni private.

Come raggiungo l’isola di San Giulio

L’isola di San Giulio si raggiunge da Orta San Giulio con i battelli della navigazione o con motoscafi privati ormeggiati sul molo in Piazza Motta. L’isola la si può raggiungere anche da altre località che si affacciano sul lago

Una presenza umana sul lago molto antica

Isola di San Giulio – scorcio – Turista a due passi da casa

La presenza umana sul lago d’Orta risale al periodo del neolitico. Nel medioevo il lago era noto come lago di San Giulio, mentre l’appellativo di Cusius (Cusio) sarebbe derivato dall’errata lettura della Tabula Peutingeriana dove compare un “lacus Clisius” di identificazione incerta.  Il nome Cusio venne utilizzato inizialmente come elemento amministrativo mentre oggi indica semplicemente il lago. 


L’audioguida

Ascolta l’audioguida dell’Isola di san giulio, clicca sul link e ricorda di mettere un mi piace


Gianni Rodari

Lo scrittore Gianni Rodari è originario di questi luoghi. E’ nato infatti il  23 ottobre 192,0 ad Omegna, che si trova sulla punta a Nord del lago. Il letterato cita il lago d’Orta nelle sue opere: “C’era due volte il Barone Lamberto” che ha come ambientazione proprio l’Isola di San Giulio e “Il ragioniere-pesce del Cusio”

Oggi nel comune di Omegna si può visitare il parco dedicato allo scrittore.

Come arrivo ad Orta San Giulio

Orta San Giulio si raggiunge in  automobile seguendo l’Autostrada A26 (Genova Voltri -Gravellona Toce) uscita Gravellona Toce, quindi direzione Omegna percorrendo la Strada Regionale n.229, mentre per chi proviene dalle Autostrade A8/A26 (Milano Laghi- Gravellona Toce) uscita Arona, quindi direzione  Borgomanero.
Orta San Giulio si raggiunge anche in Treno.  La Stazione ferroviaria più vicina è quella di Orta-Miasino, in Frazione Legro sulla tratta Domodossola – Borgomanero – Novara. L’alternativa è la stazione di Arona, sulla linea Milano-Domodossola, poi si può proseguire con i bus dell’autoservizio Comazzi – qui il link http://www.comazzibus.com)
L’aeroporto più vicino è quello di Milano Malpensa che dista circa 40 Km da Orta San Giulio

Leri Cavour, quattro passi tra i ruderi di un paese ormai fantasma, in balia dei vandali

Un paese disabitato dal nome illustro: Leri Cavour, sì, l’antico possedimento della famiglia Benso, quella del famoso Conte, è oggi un paese fantasma, un gruppo di case, spesso vandalizzate, in provincia di Vercelli.

La ciminiera della centrale di trino Vercellese – Turista a due passi da casa

Siamo a poche centinaia di metri dalla centrale elettrica di Trino Vercellese, in un luogo che, visto l’illustre possessore sarebbe dovuto e potuto diventare un paese-museo, ma che in realtà è stato abbandonato a se stesso. E purtroppo meta di continui atti di vandalismo che stanno distruggendo una delle memorie storiche del nostro passato.

Dal 2007 Leri Cavour, è frazione di Trino Vercellese, anche se dagli anni ‘60 non ci abita più nessuno. O meglio, il luogo è stato progressivamente abbandonato anche a causa della volontà di costruire nei pressi una centrale nucleare. Progetto poi abbandonato dopo il famoso referendum.

Leri Cavour, ruderi – Turista a due passi da casa

Arriviamo a Leri Cavour seguendo il percorso delle grange (qui il link al post dedicato) perché incuriositi dal nome del luogo, speranzosi di trovare,  o meglio, leggere una bella pagina della storia italiana. Le  premesse c’erano tutte.

La storia

Leri Cavour, come per tanti altri della zona, fu bonificato dai monaci cistercensi ed utilizzato per la coltivazione del riso e la sua storia antica si riflette in quella del  Principato di Lucedio, di cui abbiamo già parlato in altro post, ma soprattutto al monastero di San Genuario, di cui fu azienda agricola satellite nel 1179 circa.

Leri Cavour, lpaide – Turista a due passi da casa

La fama di Leri Cavour arriverà solo nel 1800 quando questo possedimento venne acquistato da Napoleone Bonaparte, che a sua volta lo cedette al cognato, il principe Camillo Borghese, il quale lo rivendette in un secondo tempo a Michele Benso di Cavour, il padre di Camillo Benso Conte di Cavour.

La trasformazione

Fu proprio la famiglia Benso a sviluppare Leri Cavour, trasformandola nella più evoluta azienda agricola del tempo. Furono sperimentati sistemi d’irrigazione innovativi e  metodi di coltivazione, ma soprattutto vennero edificati edifici per gli operai che lavoravano la terra. Camillo Benso usò i locali della sua azienda-paese anche come luogo di villeggiatura estivo.

La visita

Leri Cavour, fontana – Turista a due passi da casa

Arriviamo qui sapendo delle condizioni di Leri Cavour, e pensando che negli anni ‘90 del secolo scorso, questo abitato sarebbe dovuto diventare museo Nazionale dell’Agricoltura. Non ci sono molte case, anzi entrando dietro quello che è un grande palazzo apparentemente ristrutturato si apre un enorme cortile, quello che presumo sia stata anche la piazza di questo piccolo centro.

Gli edifici che incontriamo sono quelli tipici dei borghi agricoli, notiamo scuderie, fienili, abitazioni dei lavoranti, la chiesa della Natività di Maria Santissima. Questo tempio, secondo gli storici, fu edificato su un precedente edificio risalente alla prima metà del 1700. Si tratta di una chiesa in stile barocco, oggi non visitabile all’interno. Anch’essa è stata oggetto di vandalismo.

Leri Cavour - Turista a due passi da casa
Leri Cavour – villa della famiglia Cavour – Turista a due passi da casa

L’edificio più importante è la splendida villa dove dimorava la famiglia Cavour, un’abitazione su due piani che in origine presentava soffitti affrescati, camini in ogni stanza e ricche finiture. Oggi la vegetazione ha preso il posto degli inquilini in questi palazzi.

Come arrivo a Leri Cavour

Leri Cavour - Google Maps - Turista a due passi da casa
Leri Cavour – Google Maps – Turista a due passi da casa

Leri Cavour si raggiunge dall’Autostrada A4 Torino-Milano, uscita Santhià, quindi procedendo sulla A26 diramazione Stroppiana Santhià, uscita Vercelli Ovest, e direzione Larizzate, quindi Sp1 fino a destinazione.